L’Europa alla canna del gas

Gli anni 20 non smettono di riservarci sorprese. Dopo la crisi pandemica del 2020, arriva la crisi energetica del 2021. Improvvisamente, abbiamo scoperto che nel mondo non ci sono risorse sufficienti a soddisfare la fame di energia delle economie che si rimettono in marcia nell’era post-Covid.

Nel giro di pochi mesi il prezzo di energia elettrica e gas quintuplica, e si affaccia all’orizzonte la prospettiva di una ripresa economica post-Covid vanificata dalla scarsità di materie prime, con conseguenti tensioni inflazionistiche.

Le sorti dell’economia europea oggi dipendono dalla valvola di un tubo. L’aspetto più preoccupante è che l’apertura della valvola è decisa da Mosca.

Ne abbiamo avuto dimostrazione il 6 ottobre, quando il prezzo del metro cubo raggiungeva 150 centesimi e il PUN si spingeva fino a 380 €/MWh. Nel giorno più difficile, dopo una galoppata dei prezzi che durava da mesi, con un mercato assolutamente fuori controllo, una dichiarazione rassicurante di Putin faceva magicamente invertire la tendenza. Considerando la portata della correzione, di circa 100 €/MWh, ha fatto più Putin con una intervista, che il Governo Draghi con una manovra da 3 miliardi di euro!

Come ha potuto l’Europa ridursi in questo stato?

La Cina acquista gas a qualunque costo

Ancora una volta, l’epicentro della crisi è localizzato in Cina. La carenza di energia elettrica è tale, che lo scorso mese il settore manufatturiero ha subito la prima contrazione dall’inizio della pandemia. Pechino ha ordinato alle compagnie energetiche statali di assicurarsi le forniture di combustibili fossili a tutti i costi per evitare carenze invernali, contribuendo a far salire i prezzi per altri grandi importatori, tra cui l’Europa.

Il grafico del Gas Asiatico rende bene l’idea del disastro che si sta consumando. E’ un’ondata di rialzi che interessa qualsiasi combustibile, compreso il carbone. Di fronte all’emergenza energetica, e alla prospettiva di fermare le fabbriche o lasciare i cittadini al freddo, anche le questioni ambientali passano in secondo piano.

Dopo aver registrato lo scorso inverno le temperature più basse della storia, con il termometro sceso oltre i 50° gradi sotto zero, la Cina teme l’arrivo del grande freddo e paga qualunque prezzo per accaparrarsi le scorte di combustibile. Le navi cariche di gas naturale liquido, che nel 2019 inondavano i mercati europei di gas, spingendo le quotazioni ai minimi storici (Gas ai minimi storici. È giunta l’ora del prezzo fisso?), si dirigono verso il migliore offerente, determinando un inevitabile allineamento dei prezzi sui diversi mercati internazionali.

Il prezzo del gas asiatico, espresso dal benchmark Japan Korea Marker (JKM), sale in maniera esponenziale. Il grafico mostra un prezzo letteralmente esploso senza correzioni di rilievo.

Perché guardiamo al gas asiatico? Perché da qualche anno è diventato il principale indicatore del mercato del gas, e i prezzi del gas naturale sul TTF, principale Hub europeo, seguono inesorabilmente la stessa dinamica.

L’illusione della borsa del gas

Perché fenomeni di questo tipo non si erano mai verificati in passato? Cosa è cambiato rispetto a 10 anni fa? Il mercato del gas ha subito una profonda rivoluzione.

Si è passati da contratti pluriennali, che duravano 20 anni con la clausola Take or Pay, consegna garantita ma anche acquisto garantito, a contratti di breve durata per l’anno termico successivo.

Solo 10 anni fa gli importatori europei facevano la guerra a Gazprom, principale produttore di gas russo, per chiudere o rinegoziare i contratti pluriennali.

L’Europa ha puntato tutto sullo sviluppo della borsa del gas. In estrema sintesi, il ragionamento è stato: se creiamo una borsa del gas, e indicizziamo i contratti agli indici di borsa, non abbiamo più bisogno di stipulare contratti di 10 o 20 anni legati al prezzo del petrolio.

E’ evidente che il ragionamento non era gradito ai russi, abituati a vendere con le clausole che garantivano quantità e prezzo. Dopo anni di battaglie legali promosse dagli importatori europei contro Gazprom per modificare i contratti pluriennali con la clausola take or pay, l’obiettivo è stato raggiunto. Il prezzo del gas lo decide la borsa, il luogo di incontro tra domanda e offerta. Un ragionamento teoricamente corretto che, purtroppo, è miseramente naufragato alla prima tempesta.

Gli importatori europei si sono illusi che il fabbisogno di gas potesse essere soddisfatto con gli acquisti in borsa in base alle richieste dei propri clienti. Un fabbisogno soddisfatto in misura crescente dall’offerta di GAS liquido proveniente dal Qatar, dall’Australia e dagli Usa; questi ultimi in forte ascesa grazie allo shale gas.

Finché c’è abbondanza di materia prima e i prezzi sono tendenzialmente stabili, il “giocattolo” della borsa funziona e passano di moda il principio della sicurezza dell’approvvigionamento e la necessità di costituire scorte strategiche.

Purtroppo in borsa non lavorano solo gli importatori europei interessati alla materia prima. Con la creazione di prodotti finanziari necessari per mettere al sicuro il conto economico da movimenti sfavorevoli dei prezzi, entrano in gioco anche gli operatori finanziari interessati a cavalcare le tendenze per fini speculativi.

Le borse del gas non hanno retto l’urto di una crescita della domanda di combustibile poco elastica al prezzo. Anche se il prezzo raddoppia, la produzione non può fermarsi. Il quadro è completato dagli operatori finanziari, che comprano a colpo sicuro, sapendo che da Pechino arrivano ordini perentori di acquisto “costi quel che costi”, alimentando senza apparenti limiti la spirale rialzista dei prezzi.

Se la domanda cresce esponenzialmente, l’offerta dei produttori di gas non riesce a tenere il passo. Le navi cariche di LNG dal Quatar e dall’ Australia sono dirottate verso l’Asia. I produttori americani di shale gas si rimettono in moto, ma hanno bisogno di tempo per tornare ai livelli produttivi pre-Covid. I Norvegesi dal 1° ottobre hanno incrementato le esportazioni, ma questo non basta.

La vendetta di Gazprom

Chi può fare qualcosa? Gli Europei scoprono di essere dipendenti dalla Russia come non accadeva da prima della crisi economica del 2008.

Si può pretendere che Gazprom si affanni ad aumentare le esportazioni, dopo anni di battaglie legali portate avanti per ottenere l’indipendenza dai contratti pluriennali oil-linked? Gazprom si gode lo spettacolo. Se aumenta il prezzo del gas, aumenta l’influenza di Mosca, che ha una fantastica occasione per ottenere l’attivazione del nuovo gasdotto Nord Stream 2, osteggiato da Germania e Stati Uniti, preoccupati di rendere l’Europa eccessivamente dipendente dalla Russia.

Purtroppo siamo già dipendenti, condannati dall’impietosa dinamica dei prezzi di borsa.

Solo oggi ci rendiamo conto che abbiamo affidato il prezzo di una risorsa strategica come il gas naturale agli imprevedibili meccanismi di mercato. Un mercato che dipende dalla domanda cinese e dalle decisioni del Cremlino.

Quali impatti sulla bolletta di energia elettrica e gas? Quali prospettive per il prossimo anno?

Proveremo a dare una risposta nel prossimo articolo. Dopo il picco di volatilità toccato il 6 ottobre, è ragionevole aspettarsi una stabilizzazione dei prezzi grazie al ridimensionamento degli acquisti da parte degli speculatori che hanno lucrato su una tendenza rialzista senza correzioni.

Su quali prezzi il mercato troverà il suo equilibrio? Il gas si stabilizzerà agli attuali 100 €cent/smc o ad un più ragionevole 50 €cent/smc? Il mercato elettrico si stabilizzerà agli attuali 200 €/MWh o a 100 €/MWh?

Per contenere gli effetti degli aumenti delle ultime settimane sul primo trimestre 2022, è necessario un dimezzamento dei prezzi entro il mese di novembre. Ci auguriamo che tale prospettiva possa realmente concretizzarsi e non sia troppo tardi.

Faremo il punto della situazione nel corso del Webinar del 26 ottobre dal titolo Quanto mettere a bilancio per la spesa energetica del 2022? Dopo aver esaminato l’attuale contesto di mercato, forniremo indicazioni pratiche ed operative per i dipendenti pubblici alle prese con le previsioni di spesa per il prossimo anno.

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